Basilea abbandona geotermia

Basilea chiude il pozzo geotermico che fece tremare la città. Ma il problema era davvero la geotermia?

Il caso svizzero mostra i rischi della geotermia profonda stimolata. L'esperienza italiana di Larderello, Travale-Radicondoli e Monte Amiata racconta però una storia molto diversa: oltre un secolo di produzione di energia dal calore della Terra. La lezione è che non tutte le tecnologie geotermiche sono uguali.

A Basilea sta per concludersi definitivamente una vicenda iniziata vent'anni fa. Il pozzo realizzato nell'ambito del progetto Deep Heat Mining, che nel 2006 fu associato a una serie di eventi sismici culminati in una scossa di magnitudo 3,4, verrà definitivamente sigillato.

La notizia può facilmente suggerire una conclusione: la geotermia profonda è troppo rischiosa. Ma è davvero così?

Per rispondere conviene guardare anche all'Italia e, in particolare, alla Toscana, dove il calore della Terra viene utilizzato per produrre elettricità da oltre un secolo.

Cosa accadde a Basilea

Il progetto svizzero era molto diverso dalle tradizionali centrali geotermiche che sfruttano serbatoi naturali di acqua calda o vapore.

A Basilea si sperimentava un sistema geotermico profondo stimolato: raggiunte rocce molto calde a diversi chilometri di profondità, si iniettava acqua ad alta pressione allo scopo di aumentare la permeabilità delle fratture presenti nella roccia e creare un circuito attraverso il quale recuperare il calore.

Proprio l'iniezione dei fluidi modificò lo stato di pressione nelle fratture profonde e provocò sismicità indotta. Dopo l'evento principale del dicembre 2006 e le successive scosse, il progetto fu abbandonato.

È un precedente importante, che ha contribuito allo sviluppo di criteri più severi per la valutazione e il monitoraggio della sismicità nei progetti geotermici profondi.

Ma sarebbe sbagliato trasferire automaticamente quell'esperienza a tutte le forme di geotermia.

A Larderello una storia iniziata più di 120 anni fa

Basta attraversare le Alpi e arrivare in Toscana per incontrare una realtà completamente differente.

A Larderello, nel 1904, il principe Piero Ginori Conti realizzò il primo esperimento al mondo di produzione di elettricità sfruttando il vapore geotermico. Nel 1913 entrò poi in funzione il primo vero impianto geotermoelettrico.

Quella che potrebbe sembrare una curiosità della storia dell'energia è invece un'attività industriale ancora oggi pienamente operativa.

Il motivo fondamentale della differenza rispetto a Basilea è geologico. Nel distretto Larderello-Travale/Radicondoli esistono naturalmente serbatoi geotermici ad alta temperatura. Il serbatoio profondo raggiunge temperature dell'ordine di 300-350 °C intorno ai 3.000 metri ed è caratterizzato dalla presenza predominante di vapore.

Non occorre quindi creare artificialmente dal nulla un serbatoio caldo: si sfrutta una risorsa geotermica che la particolare geologia del territorio ha reso disponibile.

Non soltanto Larderello

L'esperienza geotermica toscana si estende oggi su un territorio molto più ampio.

Accanto all'area storica di Larderello troviamo il distretto di Travale-Radicondoli, anch'esso caratterizzato da risorse ad alta entalpia, e più a sud gli impianti del Monte Amiata.

Secondo i dati della Regione Toscana sono attualmente operative 33 centrali geotermiche, per una potenza complessiva di circa 915 MW. La produzione supera i 5 miliardi di kWh all'anno.

Non siamo quindi di fronte a un'esperienza sperimentale, ma a una componente strutturale del sistema energetico regionale.

Il caso più delicato: Monte Amiata

Proprio il Monte Amiata dimostra però perché sarebbe altrettanto sbagliato presentare la geotermia come una fonte priva di problemi.

Qui la situazione geologica è differente da quella di Larderello: il serbatoio geotermico è prevalentemente ad acqua e l'area presenta caratteristiche geochimiche particolari, compresa una presenza naturale significativa di mercurio, alla quale si aggiunge l'eredità delle attività minerarie del passato.

Nel corso degli anni la presenza degli impianti geotermici ha alimentato un intenso dibattito locale sugli effetti ambientali e sanitari.

È quindi importante che lo sfruttamento della risorsa sia accompagnato da un sistema indipendente di controllo.

ARPAT, l'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana, monitora le emissioni delle centrali e parametri quali mercurio, idrogeno solforato e anidride solforosa, oltre alla qualità delle acque nelle aree interessate.

Nei 14 controlli effettuati nel 2024 su 13 stabilimenti geotermici non sono stati rilevati superamenti dei limiti autorizzati per i parametri controllati.

Il monitoraggio continua: nel luglio 2026 ARPAT ha pubblicato anche l'aggiornamento relativo al 2025 sulla qualità delle acque superficiali, sotterranee e delle sorgenti nell'area geotermica del Monte Amiata.

La geotermia, dunque, non deve essere né demonizzata né considerata automaticamente innocua: deve essere monitorata e gestita sulla base delle caratteristiche del territorio.

Dal sottosuolo non arriva soltanto elettricità

C'è inoltre un'altra faccia della geotermia di cui si parla molto meno.

Il calore può essere utilizzato direttamente senza trasformarlo prima in elettricità: per il teleriscaldamento degli edifici, per attività agricole e serre, per processi produttivi e per altri impieghi termici.

In Toscana esistono già diverse esperienze di questo tipo e sono previsti ulteriori sviluppi. Tra gli interventi programmati figura, per esempio, l'estensione dell'utilizzo della risorsa geotermica per il teleriscaldamento nel territorio di Santa Fiora.

Utilizzare direttamente il calore disponibile può essere particolarmente interessante perché evita le perdite inevitabilmente associate alla conversione dell'energia termica in elettricità.

E poi c'è la geotermia delle nostre case

Ancora diversa è la cosiddetta geotermia a bassa entalpia, utilizzata con le pompe di calore.

In questo caso non cerchiamo vapore a 3.000 o 5.000 metri di profondità e tanto meno provochiamo la fratturazione di rocce profonde.

Una pompa di calore geotermica sfrutta semplicemente il terreno come sorgente termica, utilizzando sonde o circuiti interrati per prelevare calore durante l'inverno e, negli impianti reversibili, cederlo durante l'estate.

Il principio è particolarmente interessante perché la temperatura del sottosuolo è molto più stabile di quella dell'aria esterna.

Associare questa tecnologia domestica al caso sismico di Basilea sarebbe quindi come mettere sullo stesso piano tecnologie profondamente differenti soltanto perché entrambe utilizzano il calore della Terra.

Qual è allora la lezione di Basilea?

Il fallimento del progetto svizzero non dovrebbe essere minimizzato. La sismicità indotta rappresenta un rischio reale per alcune tecnologie geotermiche profonde e deve essere attentamente valutata prima di intervenire, soprattutto in presenza di faglie e in territori densamente abitati.

Ma la conclusione non può essere semplicemente che "la geotermia è pericolosa".

Larderello produce elettricità geotermica da più di un secolo. Travale-Radicondoli e Monte Amiata dimostrano che la stessa risorsa può essere utilizzata in condizioni geologiche differenti, purché gli impatti siano conosciuti, controllati e continuamente monitorati.

La Toscana, del resto, ha scelto di continuare a investire nella risorsa: la prosecuzione delle concessioni geotermoelettriche per ulteriori vent'anni dal termine del 2026 è legata a un piano pluriennale di investimenti prossimo ai 3 miliardi di euro, comprendente interventi ambientali, riduzione delle emissioni e ricadute sui territori interessati.

La lezione che possiamo ricavare dal confronto fra Basilea e Larderello è quindi più generale e riguarda tutte le fonti energetiche.

Non esistono tecnologie da promuovere o bocciare soltanto sulla base del loro nome. Esistono risorse, territori, tecnologie e modalità di sfruttamento differenti, i cui benefici e rischi devono essere valutati caso per caso.

Anche quando l'energia che cerchiamo si trova sotto i nostri piedi.

Basilea chiude il pozzo geotermico che fece tremare la città. Ma il problema era davvero la geotermia?

Il caso svizzero mostra i rischi della geotermia profonda stimolata. L'esperienza italiana dimostra però che tecnologie diverse possono produrre energia geotermica da oltre un secolo.

A Basilea sta per essere sigillato il pozzo del progetto Deep Heat Mining, associato nel 2006 a scosse culminate in un terremoto di magnitudo 3,4.

Il progetto prevedeva l'iniezione di acqua ad alta pressione in rocce profonde e calde, per creare fratture e recuperare calore. La variazione di pressione provocò sismicità indotta e l'esperimento fu abbandonato.

Il caso evidenzia i rischi della geotermia profonda stimolata, ma non rappresenta tutte le forme di geotermia.

Larderello: oltre un secolo di energia

In Toscana, a Larderello, il primo esperimento mondiale di produzione elettrica dal vapore geotermico risale al 1904; il primo impianto entrò in funzione nel 1913.

La differenza rispetto a Basilea è soprattutto geologica: nel distretto Larderello-Travale/Radicondoli esistono naturalmente serbatoi ad alta temperatura, fino a 300-350 °C a circa 3.000 metri di profondità. Non è quindi necessario crearli artificialmente.

La produzione continua anche oggi. In Toscana sono operative 33 centrali, con circa 915 MW di potenza e oltre 5 miliardi di kWh annui. Al distretto storico si aggiungono Travale-Radicondoli e Monte Amiata.

Il caso del Monte Amiata

Il Monte Amiata presenta caratteristiche diverse: il serbatoio è prevalentemente ad acqua e l'area contiene naturalmente mercurio, oltre agli effetti delle passate attività minerarie.

Gli impianti hanno alimentato un dibattito sugli impatti ambientali e sanitari. Per questo ARPAT monitora emissioni e acque. Nei 14 controlli effettuati nel 2024 su 13 stabilimenti non sono stati rilevati superamenti dei limiti autorizzati.

La geotermia non è quindi né automaticamente innocua né da demonizzare: va valutata e controllata in base al territorio.

Usi diversi

Il calore geotermico può essere impiegato direttamente per teleriscaldamento, serre e processi industriali, evitando le perdite della conversione in elettricità. Sono previsti nuovi interventi, tra cui l'estensione del teleriscaldamento a Santa Fiora.

Ancora diversa è la geotermia a bassa entalpia, usata dalle pompe di calore. Sonde e circuiti interrati sfruttano la temperatura stabile del terreno, senza perforare rocce profonde né provocare fratture.

La lezione di Basilea

La sismicità indotta è un rischio reale per alcune tecnologie profonde, soprattutto in aree densamente abitate o interessate da faglie. Ma non si può concludere che “la geotermia è pericolosa”.

Larderello produce energia da oltre un secolo; Travale-Radicondoli e Monte Amiata mostrano che la risorsa può essere sfruttata in contesti diversi, con controlli adeguati.

La lezione è generale: non esistono tecnologie da promuovere o bocciare solo in base al loro nome. Benefici e rischi vanno valutati caso per caso, considerando risorse, territori e modalità di sfruttamento.

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